Dieci passi

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Dieci passi.

Mai prima d’ora, avevo desiderato così tanto appoggiare i piedi a terra, sentire quella terra arida e ostile che tanto odiavo, ma che in quel momento era necessaria.

La mia mente, ormai offuscata dal torpore che invadeva il corpo, mi stava portando in altre dimensioni. Strano come ci si può sentire arresi e consapevoli dell’irrevocabile destino.

A volte avevo cercato di figurarmi in un momento come questo, potendo solo vagamente immaginarlo. Avevo già visto la morte in faccia. La prima volta fu quando venni accompagnato dagli uomini della mia piccola comunità, in un punto remoto della savana.

Avevano celebrato alcuni riti, che io potei seguire appena, concentrando

i pensieri su quello che sarebbe accaduto nel momento

in cui mi avrebbero lasciato solo. Osservai le loro figure allontanarsi

non sapendo se le avrei riviste e se avrei potuto

sentire ancora l’abbraccio di mia madre e dei miei fratelli.

L’angoscia cresceva in me, ma il pensiero dell’orgoglio

che avrei regalato a mio padre con il mio ritorno, mi diede

audacia. Fu una prova di estrema difficoltà superare il buio

della notte, ascoltando i richiami degli animali. Accesi un

fuoco, e mi misi vicino, tremante per l’inaspettato. Decisi

di restare sveglio, a vegliare sulla mia stessa vita, ma sollevai

la testa di scatto al ruggito dell’animale più temuto.

Lo vidi, non lontano da me. Scuoteva la criniera e si

guardava attorno. La sua presenza fece accelerare il battito

del mio cuore con la consapevolezza di essere di fronte all’irreparabile.

Mi alzai lentamente, impietrito, appoggiando i

piedi a terra. Feci dieci passi al buio, solo dieci piccoli passi

indietro, e mi fermai.

L’animale sembrò distratto da qualcosa… forse un’altra

preda? Notai, con un certo stupore, che si girava lentamente

e cambiava percorso, lasciandomi incredulo. I miei piedi

erano incollati al suolo, inerti. Non ricordo quanto tempo

trascorse, ma rammento bene il timore di essere vicino

agli ultimi istanti dei miei giorni. La luce avanzò con prepotenza

e mi fece vedere che non c’era nulla da temere.

Niente più pericoli.

Di ritorno alle capanne fui accolto dalle urla esultanti

dei coetanei che gridavano il mio nome. Guardai il viso di

mio padre, sollevato e soddisfatto nel vedermi.

– Da oggi mio figlio cambia nome. D’ora in poi si chiamerà

Coraggio!

Ero contento di quell’onore, ma il mio nome divenne

anche un peso da portare, da confermare costantemente. Poi

divenni adulto e attraverso i racconti di chi aveva visitato un

mondo dissimile dal mio, anche se non ne aveva più fatto ritorno,

venni a conoscenza di una realtà diversa, un luogo di

ricchezza, di cibo, di macchine, di uomini bianchi…

Ero disposto a molti sacrifici pur di arrivarci, e non soltanto

io, ma tutta la comunità si impegnò per anni, con

umiltà e duro lavoro, a farmi raggiungere quella meta tanto

agognata. Ero onorato, e mi sentivo privilegiato nel tentare

anch’io quella sorte come tanti altri prima di me, in

cerca di fortuna.

Ero pronto a tutto pur di spingermi oltre, per ottenere la vita che avevo sempre sognato e riportare la ricchezza nel

mio Paese…

Gli sforzi che quotidianamente facevo mi riempivano

di buone speranze e alla sera quando finalmente chiudevo

gli occhi potevo soltanto immaginare un destino luminoso.

Una terra fresca, fatta di anime buone, che aspettavano

soltanto me, ragazzo africano.

Mi ero avventurato in un cammino senza ritorno, sempre

più lontano da casa.

Arrivò il tanto bramato momento: la verità. Già provato

dal percorso che mi aveva portato fino lì, ero salito a bordo

di un grande gommone, stremato dalla fatica ma pieno

di fiducia. Gli uomini che mi caricarono con i numerosi

compagni, non erano gentili come mi erano stati descritti.

Avevo immaginato una specie di nuvola che dolcemente mi

avrebbe fatto attraversare il Mediterraneo. Tutt’altro. Eravamo

in troppi, stretti come i pesci nella rete. Il buio avanzava

e le urla degli scafisti ci intimavano di non muoverci, altrimenti

ci saremmo ribaltati. Provai a dire che avevo davvero

bisogno di bere ma furono spietati nella loro decisione

di procedere senza badare a nessuno.

Il cielo scuro non mostrava neanche una stella. Dov’ero?

Non avevo mai visto la grande cupola senza luci. Avvertii

un dolore al collo e abbassai il capo. Notai il ragazzo al mio

fianco attorcigliato su se stesso. Mi avvicinai chiedendogli

come stava. Rispose con un lamento. Sfiorai la sua pelle.

Era gelida. Non rispose ai miei richiami. Era in agonia.

Chiesi aiuto agli uomini che ci stavano portando in paradiso,

ma mi misero a tacere. Pur sentendo freddo mi tolsi la

maglietta per cercare di scaldarlo e dissi agli altri di seguire

il mio esempio. Sembrava che una totale indifferenzaavesse colpito anche loro. Soffiai nelle mani e le posai sul

suo petto, ma tutti i miei tentativi di soccorso non portarono

nessun miglioramento. Inorridito vidi come il corpo

del giovane veniva trascinato da uno degli scafisti per essere

buttato in mare. Urlai che non era possibile!

– Uno in meno. Così c’è più spazio – disse l’uomo.

Cercai di fermarlo, ma lui minacciò di farmi fare la stessa

fine, se solo avessi insistito. Per la prima volta portai disonore

al mio nome e piansi.

Il viaggio proseguì, ma non vidi più nulla, attorniato dal

buio, dai lamenti e dal vuoto che cresceva nel cuore. Sentii

alzarsi un vento forte, freddo, le onde si sollevarono ad

un’altezza che non credevo esistesse. Urla, grida e il silenzio

di chi non aveva più fede di arrivare nella terra promessa.

E se fosse proprio quella la terra tanto voluta? Un terreno

fatto di onde, di profondità e di acqua, dove i piedi sono

sospesi senza possibilità di appoggio. Crebbe il dubbio

e la certezza. Ora capivo cosa significavano quegli sguardi

vuoti intorno a me.

Le onde aumentarono sbattendomi addosso agli altri.

Cercai di aggrapparmi, ma le mie mani afferravano soltanto

acqua. Sentii i vestiti bagnarsi e i piedi senza più terreno.

Cercai di saltare, di tenere fuori la bocca per respirare.

Intorno a me una dimensione di totale silenzio.

Volevo disperatamente raggiungere quella lingua di sabbia,

per fare i passi che mi avrebbero salvato la vita, ma mi

arresi. Sognai il sole, il caldo, il leone, le capanne che non

avrei più rivisto e gridai il mio nome: – Coraggio…!

Mi lasciai andare nelle profondità dell’acqua trovandomi

in pace, sereno e consapevole della fine, privo di forza.

Di chi era quella voce che parlava una strana lingua?

Aprii gli occhi. Vidi una figura femminile che mi avvolgeva

in una coperta. Dov’ero? Sulla terra ferma. Come ci

ero arrivato? Non ne avevo idea. Respiravo ancora. Mormorai,

le poche parole straniere che conoscevo, chiedendo

che posto fosse quello.

Quelle persone, con i loro visi pallidi e gli occhi color

del cielo, invece di rispondermi mi versarono un liquido

dolciastro in bocca. Non avevo mai bevuto un’acqua così

buona. Doveva essere la terra degli Dei!

Trovai la forza di alzarmi, e avvolto nella coperta feci alcuni

passi in avanti. Non sentii la morbidezza sotto i piedi,

ma qualcosa di duro, di spigoloso. Non era sabbia, né

terra, ma un qualcosa di strano, rigido e grigio. Avanzai deciso,

prendendo la forza di proseguire dal mio nome. Feci

dieci passi in avanti, verso la speranza… poi crollai.

Da “Labirinti” di Maggie Van Der Toorn pubblicato nel 2014 da L’Erudita – Giulio Perrone Editore (Roma)

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