All that Jazz…

premio walter

Pubblicato nell’antologia Premio Walter Mauro 2013, da L’Erudita casa editrice – Roma, Giulio Perrone Editore.

 

ALL THAT JAZZ

Confesso che non sapevo nulla del jazz, non mi piaceva e non mi interessava. Quando l’ascoltavo raramente in radio, avevo l’abitudine di cambiare subito frequenza e cercare una stazione che trasmettesse il solito ritmo sincopato da discoteca. Era la passione del sabato sera, a spingermi nei locali notturni, per scatenarmi sulle note sintetizzate al computer dal DJ di turno. Per me la musica era quella. Così, quando mi arrivò l’invito da un’amica che festeggiava il suo addio al nubilato in un locale Jazz, ero piuttosto contrariata del doverci andare, e per di più di sabato sera!  Non potendo rifiutare, essendo un’amica di lunga data, arrivai nel luogo indicato, armata di una certa dose di coraggio e di una confezione di tappi per le orecchie. Ero in ritardo, avendo lavorato tutto il giorno fino alla chiusura del negozio. Mi accolse un ambiente con luce soffusa, quasi buio direi, e un insieme di tavoli rotondi con gruppi di persone che ascoltavano, sorseggiando un drink, quell’indefinibile suono che proveniva dal palco. Mi fermai a scrutare tra la gente in cerca di qualche viso conosciuto. Era molto buio e senza occhiali con riuscivo a definire bene i dettagli. La luce del palco mi attirò, e lì sotto la pioggia di un faro bianco, notai il giovane musicista di colore che con devozione suonava il sassofono. Rimasi incantata dalle sue braccia scoperte da una semplice maglietta e dalle sue mani che spingevano i tasti per creare quel suono accattivante e romantico allo stesso momento. Portava un cappello che mi impediva di catturare l’immagine del suo viso, ma fui comunque affascinata dalla sua presenza. “Cathy! Siamo qui!”  Fu la voce della mia amica a distrarmi da quel miraggio. Raggiunsi il tavolo e mi sedetti in modo tale da non perdere d’occhio il palco. Così seduta riuscivo a intravvedere meglio il suo viso misterioso sotto la falda del cappello e notai una lieve cicatrice sulla guancia. Mi chiesi come se la fosse procurata. Forse una lite tra rivali, uno sfregio fatto con un coltello a serramanico? La mia fantasia galoppava a ruota libera, sull’onda delle sue note. Al termine del brano, appoggiò il sassofono e dopo aver scambiato due brevi parole con gli altri componenti della band, prese il contrabbasso. Partì un ritmo inspiegabile per le mie orecchie, ma l’attrazione verso l’ignoto fu più forte di qualunque rifiuto. Incantata dalla sua maestria singolare cominciai a fantasticare su quelle abili dita. Immaginai di essere io il suo strumento e di abbandonarmi alla sua bravura nel far risuonare la mia musica… Furono le amiche a riportarmi alla realtà con le loro chiacchiere e risate. Brindammo alla futura sposa e la Jazz- band suonò un pezzo in suo onore. E fu proprio così, che l’attenzione del musicista venne attirata al nostro tavolo, e i suoi occhi s’incrociarono coi miei. Mi sorrise, sollevando lievemente l’angolo della bocca e muovendo così quella piccola cicatrice. “Cathy, hai fatto colpo!”, mi disse sorridente la mia amica, strizzando l’occhio. Sentii una scintilla che mi partiva da dentro, in grado di illuminare il palco e di spingermi oltre ogni pregiudizio iniziale. La serata proseguì, tra suoni, risate e alzate di gomito, fino allo spostamento verso un’altra meta. Quel locale era stato solo la prima tappa, indimenticabile, almeno per me. Fui davvero dispiaciuta di dover rinunciare a un possibile “lieto fine” e di dovermi recare altrove, ma mi promisi  di tornare un’altra volta, magari da sola, per un approfondimento al nuovo mondo del Jazz… Prima di uscire acquistai il cd, messo in vendita dal titolare dal locale, per avere una traccia del nome e del suono del mio ultimo idolo. Quello fu il mio primo passo verso la comprensione di un mondo per me ancora inesplorato, come quello del jazz. In principio, nell’ascoltare il suono che usciva dalla mia autoradio, ebbi bisogno di immaginare il suo viso, il ventre e le braccia mentre abbracciavano gli strumenti, ma poi col tempo quell’immagine svanì, lasciando spazio al solo ascolto. Tornai una seconda volta nel locale, di sabato sera, ma di lui non c’era più traccia. La sua impronta era comunque in quella musica, che avendomi aperta la porta a un altro tipo d’intesa, era riuscita ad ampliarmi la mente. Mi ero avventurata in quel suono caldo e mi ero appassionata al suo sound caotico, ma allo stesso tempo ritmico e compatto, tanto da acquisire nel tempo, una vera collezione di cd. Strano come si possa cambiare, come possano farci innamorare le cose che prima disprezzavamo, non so se per uno scherzo del destino, o per una crescita interiore. Non posso dire come sia successo, ma so con  certezza che la musica che ho imparato a conoscere e ad amare, mi ha reso più ricca, facendomi scoprire un altra frontiera di me, vicina a tutto il jazz che mi circonda…

Scritto da Maggie Van der Toorn – giugno 2013

http://www.giulioperroneditore.com/

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