Le dolci colline della Romagna

Le dolci colline della Romagna

Sono nato a Forlì. E la mia nascita fu una delle poche volte in cui mi spostai dalla campagna per venire in città. Costrinsi mia madre a trasferirsi all’ospedale più vicino, perché nacqui  podalico, e a casa i rischi erano troppo elevati per entrambi. Sono cresciuto in una terra genuina, in mezzo alle mucche da mungere, contornato dall’odore del fieno, andando a dormire al tramonto e alzandomi all’alba. Uno dei miei primi compiti quotidiani fu quello di dar da mangiare alle galline e controllare quante uova avevano prodotte. A scuola andavo a piedi. Non era distante, soltanto qualche chilometro. L’edificio si trovava di fianco alla parrocchia dove immancabilmente tutte le domeniche  mio padre ci portava a messa. Detestavo quelle mattinate, obbligato a cambiare i miei comodi vestiti e i miei stivali di gomma per un pantalone che non arrivava nemmeno a coprirmi le ginocchia. Con la camicia rigida di amido e una specie di laccio al collo, ero sovraccaricato da una giacca piccola e stretta, che m’impediva di muovere le braccia. L’unica cosa capace di divertirmi era il rumore delle scarpe, che ad ogni passo richiamava lo scrocchiare delle noci.  Lo stesso rito anche d’inverno, nonostante  le gelide bufere, con mio padre a capofila, a farci strada  nella neve. L’arrivo di ogni primavera era sempre un sollievo. Stavamo alzati fino a tardi, niente più legna da ardere,  ascoltavamo il canto delle cicali e la natura ci circondava con le sue delizie. Aiutavo mio padre nella raccolta dei pomodori. Mia madre, insieme alla nonna e la zia, preparavano i vasetti di conserva da mettere via per l’inverno. Adoravo i momenti di fine giornata, quando finalmente le attività agricole stavano per essere portate a termine. Mi piaceva sdraiarmi sull’erba e godermi la quiete del tramonto. Osservavo le diverse tonalità di rosso nel cielo e seguivo affascinato la sparizione di  quella palla di fuoco dietro le colline. Mi chiedevo ogni volta cosa mai ci fosse oltre quelle montagnole che mi erano tanto familiari. I miei genitori non rispondevano mai alla mia domanda. Forse non lo sapevano neanche loro. Fu uno zio, venuto da molto lontano, a illuminare il mio mondo. Mia madre preparò una valigetta, mettendoci dentro un telo e un strano indumento intimo, facendomi mille raccomandazioni che entrarono e uscirono con estrema facilità  dal mio orecchio. Lo zio caricò me e la valigetta in macchina e partimmo. Durante l’interminabile tragitto le mie gambe sbatterono diverse volte contro il cruscotto e da lì compresi di essere cresciuto. L’ultima volta che ero stato in quell’abitacolo riuscivo a mala pena ad alzare il naso al finestrino. Strada facendo la terra cambiò forma. Dalle colline che ero abituato a vedere, il mondo si trasformò in un’immensa pianura. Non solo cambiava il panorama, ma mutava anche l’aria. Il mio respiro si fece più pesante e incominciai  a perdere sudore dalla fronte. Mio zio mi guardò preoccupato e mi disse che presto saremmo arrivati a destinazione. Sì, ma quale destinazione? La risposta ad un tratto fu davanti a me. Una distesa di terra giallina seguita da un’estensione d’acqua senza fine. Ricordo bene la spiacevole sensazione di bruciore ai miei piedi nudi mentre attraversavo la terra morbida, e rammento il rimpianto che provai per non aver portato gli stivali di gomma. Lo zio mi avvolse in un telo e mi disse di indossare il costume da bagno. Mi dovetti cambiare in mezzo a una folla di bagnanti e anche se ero coperto, provai un forte imbarazzo. Sembrai però, l’unico a preoccuparmene. Notai infatti stupito come  dei giovani della mia età corressero  dietro ai palloni, seminudi. Rimasi a bocca aperta quando vidi le ragazze saltellare, coperte soltanto da minuscoli triangoli di tessuto. Alla domanda di mio zio se mi piacesse quel posto, non potei fare altro che confermare. Non avevo mai visto tanta bellezza femminile insieme. Le loro rotondità così morbide, anche solo al contatto con gli occhi, avevano un effetto eccitante su di me. All’improvviso non avvertivo più il bruciore ai piedi ma un altro tipo di calore che mi assaliva. Per raffreddare i miei bollenti spiriti entrai in acqua. La distesa che da lontano mi era sembrata così azzurra, da vicino si rivelò un liquido marrone. Oltre tutto era impossibile vedere i miei piedi, anche se l’acqua mi arrivava soltanto alle caviglie. Mi buttai, rinfrescandomi. Anche qui erano molte le fanciulle, con movenze da delfini, a suscitare la mia ammirazione facendomi dimenticare che non sapevo nuotare. A bocca aperta respirai sott’acqua, cercando l’aria, ingoiando al suo posto un flusso imbevibile.  Sembrava il brodo della nonna. Salatissimo. Fu lo zio a tirarmi fuori per i capelli, pregandomi di non dire niente a casa dell’accaduto. Mi  accorsi  dal color   rosso  sfumato  del  cielo  che  la giornata si stava concludendo e percepii un pizzico di malinconia. Raccogliemmo le nostre cose, come tutti gli altri bagnanti, e tornammo verso casa. Al rientro la mia famiglia ci abbracciò con un tale slancio, che ancora oggi è difficile dimenticare. Ma io pensavo ad altro. Non riuscivo a togliermi dalla mente, le curve amabili che avevo visto in quella nuova pianura. Sentivo ancora il sapore di salsedine avvolgere il mio palato e i miei occhi ridipingevano il quadro di quelle sirene. Quella giornata cambiò per sempre  la mia visione delle cose.   Il mio sguardo ora attraversa l’orizzonte per  ritrovare la consapevolezza guadagnata in quella terra lontana e ho rimosso definitivamente lo scudo creato dalle dolci colline intorno a me. 

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