Un’altra Rimini – Racconto

LA PIAZZA-VESPA

L’incipit del capitolo “Un’altra Rimini”, pubblicato nell’antologia “In giro per l?italia in Vespa” edita dalla casa editrice Giulio Perrone di Roma, trascritto nel giornale mensile della Riviera Adriatica “La Piazza di Rimini” nel numero di febbraio.

Oh Italia, quanto mi piaci! Non ricordo nemmeno quando è nato questo grande amore, ma sicuramente sono state le opere di Caravaggio e le note di Verdi a far sbocciare la mia passione. Proprio per questo avevo deciso di studiare una lingua così musicale e programmare un viaggio nel Belpaese per attraversarlo da nord a sud, facendo tappa nelle città d’arte. Ma confesso che le numerose informazioni sulla riviera adriatica,  in particolare quanto avevo ascoltato su Rimini, i suoi divertimenti e  le bellezze che ne affollano le notti, mi avevano convinto a fare una deviazione nel mio itinerario. A cavallo della mia Vespa rossa (rosso Ferrari ovvio) percorsi il lungomare. La piacevole vista di ragazze in minigonna, pantaloncini e magliette attillate fece aumentare il buon umore. Si respirava un’aria di spensierata libertà. Mi sembrava veramente il paradiso! Rallentai, per osservare meglio la distesa degli ombrelloni e i numerosi alberghi, edificati l’uno accanto all’altro, tanto da sembrare una fortezza, un vero impero costruito nel tempo. Mi sentivo ben accetto in questa cittadina: allegra, vitale, architettonicamente accattivante. La strada mi guidò al porto. Sin da piccolo il mare mi faceva paura, causata dallo scherzo cattivo che fece lo zio buttandomi in acqua, e mai avevo imparato a nuotare. Ma lì, dove le barche dei pescatori attiravano i gabbiani e gli amanti del pesce fresco, facendolo diventare una popolare agorà, mi sentivo a mio agio. Osservai alcune persone impegnate in discussioni talmente vive, al punto da sembrare che facessero ginnastica da quanto gesticolavano. Un vero teatro da strada! Mi avvicinai per ascoltare il fitto scambio d’idee, cogliendo qua e là i dialoghi che includevano la frittura perfetta ed i primi piatti che non avevo mai assaggiato, come i passatelli al pesce, che stuzzicavano l’appetito. Incuriosito dalla parte più intima e meno nota della città, aperto a quanto poteva offrirmi di sorprendente, proseguii verso il centro storico. Mi trovai proiettato in un borgo paesano con tanti murales. I dipinti, dedicati alla creatività del grande Federico Fellini, erano tanto coinvolgenti da rendere vivi i personaggi raffigurati, illudendomi di vivere sul set del suo famoso “Amarcord”. Mi fermai, spinto dalla voglia di esplorare e di fumare una sigaretta, ma mi resi conto che avevo esaurito la scorta e cercai un posto dove rifornirmi. Fui attirato dalla scritta “Tabacchi” e entrai. Da dietro il banco una donna con delle forme abnormi mi chiese con cosa poteva essermi utile. Rimasi colpito dalle sue prosperosità, sognando di tuffarmi in mezzo, e la fissai ammutolito. “Che ti serve?”, mi chiese svegliandomi dalle mie fantasie. Pagai e uscii domandandomi se la mia visione fosse stata vera, trovando la realtà nelle sue parole: “ At salùt!”. Proseguii con la Vespa su una strada di grosse pietre, sopravvissute a un’altra epoca, che facevano tremare la pelle e i muscoli, facendomi vibrare perfino il cuore. Mi stavo innamorando di quel luogo? La risposta venne naturale davanti ad un ponte Romano. Osservando le cinque arcate, dove passava l’acqua, mi stupii del contrasto di una costruzione così antica con un alto palazzo novecentesco sullo sfondo. Su alcune lastre di pietra, lungo i bordi del parapetto,  erano riportate iscrizioni latine. Mi ricordavo di aver letto la storia del ponte, di come avesse resistito miracolosamente ai bombardamenti durante la guerra e attraversandolo vissi l’emozione di un viaggio nel tempo. Mi avviai sul viale che conduceva alla zona pedonale, parcheggiai la Vespa e continuai a piedi. Mi apparve una piazza grande, con negozi e bar, incorniciati da edifici antichi. Mi ero appena seduto su una panchina quando notai un anziano. Camminava, spingendo la bicicletta in avanti per il manubrio, dove aveva appeso delle pesanti buste della spesa. Quella visione mi provocò un sorriso di tenerezza, che scomparve quando una delle buste si ruppe e il contenuto si sparse in terra. Mi alzai di scatto per aiutarlo a raccogliere tutto… At ringrèzi, zuvnòt! T-ci pròpri zantìl! Vin, che at pèg da bé m’e’ bar d’la Pégna!”, mi disse. Per quanto ne capivo, avrebbe potuto parlare in Olandese, ma riuscii comunque ad intuire che voleva offrirmi da bere. Dissi che non era necessario, ma l’uomo insistette “spiegando” che il bar della Pigna era a due passi. Continuò a parlare in maniera incomprensibile mentre mi faceva strada verso il centro della piazza, dove campeggiava una bella fontana di pregevole costruzione artistica, con diverse cannelle che gettavano acqua e sulla cui sommità svettava una pigna scolpita nella pietra. E’cc”, disse l’anziano,”atàcti m’a la canèla. L’è aqua frèsca!” Ora capivo il senso di quel soprannome dato alla fontana: il “bar” della Pigna! Mi avvicinai ad una delle fontanelle che generosamente mi riempì la bocca. Fui distratto all’improvviso da un suono incantevole, proveniente dall’altra parte della piazza, una voce femminile che emetteva le note alte di un’aria lirica. Era una ragazza dai colori chiari, bella da rapire l’occhio, il cui canto era un richiamo magico che faceva fermare le persone per ascoltarla. Diversa dall’immagine della donna italiana che avevo imparato a conoscere attraverso i film di Sofia Loren, che tanto mi attirava. Mi avvicinai, per salutarla e le chiesi il nome. “Ciao”, rispose sorridendo,”mi chiamo Isotta”.  Anche il nome le stava a pennello, fresca come la giovane sposa di Sigismondo Malatesta. 

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